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Legami di sangue
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Era quasi sera a Parigi, la città della perdizione e della vita mondana. Il cielo era una lastra gocciolante sangue, le nuvole parevano ammassi di carne maciullata -Dio, che paragone... simpatico-, il vento spirava trasportando odore di morte e disgrazie.
Angeline quel giorno era di pessimo umore. Ma forse pessimo era un eufemismo, era infuriata. E il luogo in cui si stava recando, camminando altezzosamente e sbatacchiando di qua e di là un mazzo di rose bianche, certo non migliorava la situazione. Odiava dover andare al cimitero. Cioè, bel posto e tutto, ma così dannatamente deprimente. E, se pensava alle persone che onorava con quel gesto, avvertiva il sangue ribollirle nelle vene.
Maledetta buona apparenza e maledetti legami di sangue.
Legami di sangue, ormai rotti, ma ancora troppo intensi per non serbarne il ricordo.
Varcò i cancelli di ferro battuto, il buio dietro di lei che avanzava suadente inghiottendo la sua lunga chioma scura, che ondeggiava ad ogni passo provocatorio e le ricadeva sul volto marmoreo ad ogni guizzo della brezza.
Vestiva di rosso, di scarlatto per la precisione, fregandosene della moralità che avrebbe impedito a chiunque di violare quel luogo sacro con un abbigliamento del genere. Allettante, seducente, imbottigliata in un corsetto di raso fiammante e in un'ampia gonna che strusciava per terra.
Ma poco le importava.
In pochi e rapidi passi si portò davanti alla tomba del suo famigliare preferito e detestato. William, il suo gemello, che se n'era andato quattro anni prima, lasciandola da sola in quell'orribile alcova di marmi e sete dorate, senza la possibilità di scappare e seguirlo, unendosi a lui nella morte più dolce che si potesse mai conoscere.
Rimase a lungo immobile dinanzi a quella lapide bianca, brillante nella tiepida luce del crepuscolo.
Chissà cos'avrebbe pensato se l'avesse vista in quel momento, così giovane e candida, così innocente e perversa, così dolce e severa, così bella e crudele, così viva, così differente da quello che avrebbe potuto essere, così diversa da lui.
Voltò d'improvviso il capo in un'altra direzione, per non vedere la tomba, turbata da quei pensieri. Si riavviò i riccioli corvini con una mano, stortando le labbra purpuree in un ghigno di disprezzo, assottigliando gli occhi violacei.

"Per te, fratello", sibilò sferzante.
Gettò sulla lapide il mazzo di rose bianche, la voce tagliente che risuonava come uno schiocco di pistola nell'aria immobile e lei, lì, ferma in quel cimitero, austera e fuori posto quanto un'Imperatrice nei bassi fondi del suo regno.

Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un'asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia.
Eppure l'ami.

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Sai ch'è ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica.


~ Fanciulle ; U. Saba ~

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Ah, dannata incantatrice. Conosco il tuo gioco, lo conosco perfettamente.

~ Capriccio ; Angela Lawrence ~



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Da tempo la signorina Leela Margot Sparrow mieteva le sue vittime con quattro paroline ben assestate.
Il male che riluceva nelle sue iridi opache si manifestava ai presenti come la più sciagurata tra le condanne.
Lo sguardo glaciale, che anche senza l'ausilio del suo sorriso sghembo risultava terribilmente derisorio, imperioso, eterno..
Per sfuggire alla vergogna un paio di donzelle alle prime armi (due nuove artiste del Moulin, per l'appunto) si erano rifugiate nei loro camerini bui e senza classe, quasi fossero aule scolastiche in estate.
Non era mica colpa sua se oltre ad Ancestral e alla Vichbourg non ci fosse nessuna che riuscisse ad intrattenere un discorso forbito con la rossina.
In quei momenti di gloria, ove il suo ego pareva espandersi a più non posso, si sentiva tanto come il filosofo anti-sofista Socrate.
Colui che si divertiva a cercare la verità negli altri, facendo domande impossibili e sin troppo elaborate per la mente poco colta delle anime che passeggiavano per le strade di Parigi.
La vostra domanda sorgerà spontanea: ma lei che diavolo ci faceva in un cimitero, in quel momento?
Sostanzialmente e senza alcun alone di mistero - strano a dirsi, quando si parla di Leela - era venuto il momento di andare a salutare il suo povero e defunto padre a Père Lachaise.
L'uomo che aveva umiliato il suo essere donna. La persona che Margot detestava di più al mondo. Sebbene sotterraneo.
Ma presto l'avrebbe raggiunto. Dopotutto non si aspettava certo di finire in paradiso, una volta morta.
L'allettava il fatto che all'Inferno ci fosse come un'aura di sano divertimento sadico e impudico, piuttosto che dover stare in riga agli ordini di un Dio che probabilmente nemmeno esisteva.
Il rumore dei tacchi in quel luogo dannato.
Tap tap tap..
Le decolletè di un colore molto simile al sangue schioccavano ogni qualvolta Leela muoveva un passo, regale e deciso, verso la tomba con il nome di Sparrow.
Vestiva con un completo maschile, fregato ad uno dei ballerini più magrolini e smilzi.
La camicia, di un bianco immacolato, veniva fuori dai pantaloni corvini quasi a malavoglia, mentre un paio di bretelle dello stesso colore dei calzoni reggevano la sua elegante figura, rendendola terribilmente appetibile.
Un cilindro decisamente grottesco le copriva la chioma fiammeggiante, arrangiata a mò di ballerina di tango, con un elegante chignon poco elaborato. Il cappello - come stavo illustrando - era anch'esso nero, ma puntinato di strass e paillettes decisamente kitsch.
Gli occhi da felino guizzarono verso le sette lettere che componevano il cognome del padre. Nonchè il suo.
Una tomba, con nessun fiore ad abbellirla, con nessuno drappeggio nè stendardo ad onorarla.
La ragazza arrestò il suo cammino. Mani nelle tasche ed espressione scocciata.
Le sopracciglia si inarcarono all'insù, decisamente annoiate, come le labbra del resto, recise in un sottile ghigno di scherno.
-"..Gonzo."-
Un mormorio tombale e poi la foto ingiallita del padre di Leela venne lenita da un poco ortodosso sputo da parte di quest'ultima.
Dava il meglio di sè quando si trovava dinnanzi a quella merda del genitore. Decisamente.
D'un tratto, beffarda e per rendere ancor di più schernita l'immagine del padre, salì sulla tomba cominciando a cantare una canzone talmente delirante che l'avrebbero potuta arrestare per atti osceni in luogo pubblico. Ma non bastò. Ella - oltre ad essere tremendamente divertita - era anche irritata.
Ballò. Proprio così. Cantò e ballò sulla tomba del padre, deridendolo, calpestando le sue memorie luride e cenciose.

Il rasoio fa male, il fiume è troppo basso, l'acido è bestiale, la droga dà il collasso,
la corda si spezza, la pistola è proibita, il gas puzza e allora... viva la vita!

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Gli occhi di Lisa
un tempo così magnetici
ora sono soltanto vuoti.

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Era rimasta lì, immobile e perfetta, per un tempo che non avrebbe potuto stimare, se non come approssimativamente lungo. La volta celeste si era ormai riempita di stelle sopra di lei, provocandole uno spasmo di fastidio. Con che coraggio aveva osato, il giorno, muoversi e lasciare spazio alla sua seducente amante? Avrebbe preferito, come cornice alle sue infelici memorie, che tutto rimanesse uguale, statico. Un tramonto sanguinante a contornare la sua figura diabolicamente allettante, ritta dinanzi a una lapide grigiastra sulla quale giaceva scomposto un tappetto di rose bianche. Che scena romantica, così perversamente sacrilega e d'una drammaticità unica.
E invece la notte, quell'unica morte esaltante, aveva ricoperto il cimitero di Père Lachaise con il suo mantello di velluto nero, dove cherubini dai grandi occhi scuri avevano soffiato polvere d'oro e argento.
Assottigliò le palpebre e sfoggiò un'espressione invelenita, gettando con un gesto altezzoso la chioma corvina oltre le spalle, affinché non turbasse la quiete estatica di quel viso dedito al disprezzo e alla passione. Stava per girare sui tacchi e andarsene, quando una brillante e poco sana idea le si insinuò nella testa, deliziandola al punto da strapparle un sorriso malizioso. Sarebbe stata una mossa da condannare, per cui l'avrebbero potuta considerare eretica, ma... non c'è nulla di più intrigante dell'illecito che l'uomo nega volontariamente alla sua razza.
Volteggiò su se stessa e si lasciò delicatamente scivolare prostrata sulla lapide, aggrappandosi con le mani nel punto più alto come alle spalle di un amante rivolte al cielo in una notte di cupidigia insaziabile. Avvicinò il viso squisito alla foto sorridente del suo splendido gemello, rivolgendogli un'occhiata così bramosa da far tremare persino le spoglie su cui era tanto sinuosamente riversa, le parve addirittura di avvertire il fremito di quella carne marcia.
C'era un unico motivo che ancora la spingeva ad andare a trovare il fratello. Legami di sangue, certo, ma con maggior veemenza la istigava lo strano rapporto che avevano da sempre avuto. Ambiguo, suadente, che se scoperto li avrebbe entrambi cacciati in guai molto seri. Come si dice? Oh, mais oui: contro natura. Non che ci fosse stato qualcosa di particolarmente... eclatante, tuttavia aveva il dubbio che i genitori non avrebbero gradito quell'illecito legame poco basato sulla spiritualità. Ed era un vero peccato che la morte si fosse portata via il suo incantevole gemello, un po' di tempo in più e i risvolti sarebbero stati davvero ottimi. Si sarebbe azzardata a dire magnifici.
Accennò un ghigno maledettamente sublime e congiunse le proprie labbra, rosse quanto il liquido ematico che la teneva in vita, a quelle del parente, grigiastre nella foto in bianco e nero. Trattenne la squillante risata che voleva esploderle in gola a tutti i costi, rimanendo avvinghiata alla lapide come la Madonna sul corpo tormentato del Cristo, con la sola differenza che quel gesto d'amorevole non aveva nulla, ma era intriso della più mefistofelica voluttà.
Ma, daltronde, lui le aveva sempre detto che dinanzi a tanta bellezza persino Lucifero in persona avrebbe chinato il capo in segno di doveroso e sensuale rispetto.
S'apprestava a scostarsi dalla lapide, il seno costretto dal corpetto sconvolto dai brividi e dal ritmo impazzito del suo cuore febbricitante, quando una sconvolgente litania raggiunse i suoi timpani delicati. Una voce di donna, terribilmente seducente, tanto irresistibile da non poter osare immaginare la figura che la conservava.
Si alzò definitivamente, spolverando svelta la gonna e lanciando un ultimo sorriso ebbro di malizia alle reliquie del fratello perduto, iniziando a camminare e inseguire quei toni angelici, donati probabilmente dal demonio.
Non ci mise molto ad individuare la macabra cantante che, scoprì, essere anche un'ottima ed eccentrica ballerina che aveva scelto il cimitero come sipario per le sue intriganti danze. Vestiva da uomo, strano anche il costume, ma la sua classe e le movenze feline la rendevano indiscutibilmente donna. E che donna, con lo chignon fiammante e quel cilindro imbellito da strass, le curve celate da un abito poco adatto alla sua persona.
Lentamente, evitando di procurare il benché minimo rumore, si avvicinò alla creatura, che continuava con il suo divertente spettacolo a cui solo i morti avevano il privilegio d'assistere. Si fermò silenziosa davanti alla parete marmorea di una cappella privata, svettando come sangue sulla neve in tutto quel bianco, dove la sua pelle si perdeva e le labbra scintillavano quasi fossero fatte di fuoco.
Fu in quel momento che decise di provocarla e incuriosirla.
Assunse volontariamente una posa avvenente e scandalosa, poggiando unicamente le spalle e arcuando il corpo sinuoso, prendendo a giocherellare maliziosa con i propri riccioli scuri e scrutando con le iridi scintillanti più dell'ametista quella donna che, elegante e folle, si contorceva e allungava suadente su una tomba, danzando e dissacrando quel luogo santo.

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La sua danza infernale in quel luogo mortuario.
Una danza macabra, esibita da una giovane donna che possedeva la disinvoltura e la nonchalance di una civetta magra e stravagante.
Nella sua nobile statura, il suo completo maschile cadeva sui suoi piedi eccitati che chiudevano quelle calzature altezzose, infiocchettate graziosamente dal suo portamento imperioso.
Il colletto della camicia, come un ruscello lascivo strisciante contro la roccia, difendeva pudicamente dai lazzi le funebri grazie ch'ella in quel momento teneva a coprire.
La testa, addobbata di quell'accessorio tutt'altro che sobrio, oscillava mollemente sulle sue fragili vertebre ed i suoi occhi, profondi, ma al contempo glacialmente sadici, ora venivano soggiogati dalle palpebre spolverate di un pesante strato di ombretto nero.
Ballava lontano dal mondo, volando fra gli astri.
Il suo canto pudicamente malizioso veleggiava nelle orecchie sopite dei morti.. e non solo.
Già. Ella non era sola, a quel dolce imbrunire di Parigi.
Una presenza, che non turbava il suo eccentrico ballo fatto di insanità e perversione satura, sostava non troppo lontano dalla rossina, più precisamente a pochi metri da lei, giovane artista dalla mentalità instabile.
Solo quando avvertì il fruscio del vento fra i capelli, lo spostarsi da parte della presenza, riaprì gli occhi, che luccicarono come avessero ritrovato una luce eterna e allegorica.
Le iridi azzurre di Leela, sagaci e disinibite, ruotarono nell'aria, giungendo sulla famigerata figura che si divertiva ad osservare il suo essere così bizzarra, quanto laica.
Una donna, una giovane donna.
I capelli color della notte aleggiavano sulle sue piccole spalle, ricadendo verso il centro della terra con riccioli peccaminosi.
Un paio di occhi intrisi di impudiche tentazioni. Di un colore provocatorio. Seducente. Una tonalità violacea, risultante ancora più sublime grazie alle labbra, rosse come il fuoco che scoppiettava nei camini accesi, carnose ed invitanti, ed un nasino diritto che chiudeva l'armonia di quel viso viziosamente perfetto.
Un vestito che - come avrebbero detto quei maiali dei suoi clienti - veniva voglia di strapparglielo di dosso ferocemente.
Rosso, focoso quasi quanto i suoi capelli scarlatti.
La posizione che ella assunse era un non so che di perverso e piccante che aveva fatto scattare qualcosa nel suo essere libertina.
Strano a dirsi, quando la persona che la stava chiaramente provocando era una donna. Una donna molto raffinata doveva ammetterlo.
Volteggiò, esibendosi in una piccola piroetta; i suoi piedi lenivano la terra sottostante, scendendo dalla tomba del padre conducendola sfavillanti verso quella donna dall'aspetto angelico quanto pericoloso.
I suoi occhi la squadravano, quasi fosse una preda e Leela il predatore famelico.
Una mano, sottile ed affilata, si sollevò verso il cielo, puntandosi poi all'altezza del viso della sconosciuta, quasi a volerla invitare ad unirsi a quella danza macabra.
Continuò con il suo canto demoniaco, suggellando la distanza che le separava muovendo qualche piccolo passo in avanti, fissando la linearità dei suoi lineamenti affilati come una bimba desiderosa di avventure.

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La splendida donna dalle strane movenze si era accorta di lei, quasi si sarebbe stupita se avesse seguitato ad ignorarla, e di conseguenza sembrava aver preso a danzare con fare ancor più sensuale, accattivante, da non riuscire a toglierle gli occhi di dosso nemmeno per un misero istante di quel ballo di peccaminosa redenzione. Lentamente, sinuosa, quella creatura meravigliosa aveva mosso alcuni passi verso di lei, senza per altro far stonare il suo progressivo avvicinamento con la sottile eleganza in nome della quale si stava tanto accuratamente esibendo. Scese dalla lapide, le si avvicinò, così bella e infernale che per un folgorante attimo pensò d'essere vittima di un'illusione, un gioco fantasioso della sua mente che esigeva interessanti attenzioni dal mondo esterno che non le donava nemmeno il più insulso degli stimoli. E lei... lei sì che era allettante.
Continuò a cantare, impeccabile, quella Dea dalla chioma fiammante e lo sguardo felino, d'un azzurro celestiale, ma al contempo troppo burrascoso per essere paragonato alla calma ultraterrene che regnava nel Paradiso, ove nemmeno quelle iridi sfavillanti sensualità sarebbero potute entrare. Di quei tempi la religione condannava la bellezza poiché sinonimo di carnali intrighi che non comprendevano lo spirito nelle loro pratiche. E quella donna divina e dal mistico aspetto sembrava fatta di pura bellezza. Fiammeggiante, violenta, tanto esplosiva con quegli occhi marini e quelle lingue di fuoco per capelli da non risultare nemmeno vera. Stupenda, talmente particolare e invitante che difficilmente Angeline, appartenente al gentil sesso come ella, riusciva a non osservarla domare la danza con quei fianchi pronunciati e quel volto bianco, d'un ovale privo di qualsiasi imperfezione, sia nella forma che nella consistenza di quella pelle di seta.
Come la più bella delle statue, animata dal furore d'un antico disprezzo, lei si scioglieva felina dinanzi al suo sguardo e cantava, cantava con il solo intento di disprezzare la santità del luogo in cui si trovavano.
Rimase immobile a contemplarla, estasiata, finché quell'angelo decaduto non le porse una mano piccola e aggraziata, che immaginò essere stata più volte cosparsa di ardenti baci e smaniose lusinghe da parte di ammiratori segreti che di certo non le mancavano. Non esitò nemmeno un secondo, ma allungò il braccio e sfiorò con le lunghe dita la pelle bianca, gelida, della donna, rimanendone come ustionata.
Non un altro attimo e l'afferrò, quasi con violenza, ma senza sbilanciarla perché non la tirò verso di sé, ma fu lei a gettarsi tra le sue braccia, in quella danza frenetica, fatta di illusioni e sensazioni. Passione, urla sommesse, il preludio di qualcosa di troppo complesso per essere spiegato a parole, il punto del non ritorno. Follia, desiderio, si concentravano ora in quelle due sante arse dal peccato e dalla cupidigia, invidiate matrigne di un mortifero incanto.
Con altrettanta flemma, Angeline accompagnò con i suoi toni insinuanti e acuti l'altra lady, facendole da seconda voce e improvvisando abilmente sulle note di quell'ambigua canzone.
E che grottesco spettacolo avevano messo in atto. Grottesco sì, ma terribilmente eccitante ed esotico. Due donne, due donne su cui il Cristo aveva tanto abbondantemente lavorato e che aveva riempito di talento, stupefacente splendore, grazia innata e paradisiaca. Due donne così, che danzavano e cantavano, l'una vestita come il più seducente degli uomini, l'altra nel suo naturale stato di incantevole fanciulla.
Chi, davanti a una tale visione, non avrebbe trattenuto il respiro per non rischiare di spezzare l'atmosfera elettrica e bollente che s'andava creando?
Ondeggiando e volteggiando, senza lasciarle la mano se non per brevissimi istanti atti a non rovinare lo spettacolo interrompendo passi di danza che non prevedevano il contatto, la portò più in vista, fuori dall'ombra della cappella, all'argentea e malinconica luce della luna, di cui si facevano beffe.
Certo. Schernivano quella sfera di panna con ogni movimento, con ogni sospiro e ogni parola che veniva urlata o sussurrata nella notte, inconfessabile amante. E, nel frattempo, gli occhi violacei di Angeline si incatenarono a quelli cerulei e profondi, dannatamente controversi, espressivi e gelidi al tempo stesso, della creatura con cui si stava dilettando a deridere il cimitero e i suoi poco riottosi abitanti.
Non un mormorio che non riguardasse la canzone venne articolato dalle sue labbra purpuree, incurvate in un mezzo sorriso d'interesse e divertimento. Perché spezzare quell'atmosfera, quello sì, che sarebbe stata un'imperdonabile bestemmia, un ardito e sconsiderato sacrilegio.

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Estasiate dall'aspetto di entrambe, dal modo in cui le loro voci oniriche si imprimevano l'una sull'altra, si univano in un amplesso fatto di dolci premure vocali, dal loro ballo sensuale ed accattivante, privo di alcun pudore o riverenza.
Una danza fatta apposta per sedurre la loro mente complessa e sedicente, in cui gambe, braccia, mani e occhi di fata si intrecciavano e non si scollavano più.
Uno sguardo di Leela, non intimidatorio, non austero, per niente abulico o sardonico, venne lanciato contro quello della giovane ed avvenente fanciulla, contro le sue iridi blasfeme e tremendamente provocanti.
Le labbra di Leela si muovevano in maniera quasi impercettibile, contrariamente al fatto che stesse espandendo il suo talento canoro alle anime dannate. Decedute e non.
Sì, perchè quella donna che in quel momento danzava allegoricamente con la rossina fatale emanava un'aura dannata difficile da coprire con quel viso affilato ed elegante.
Un viso fatto di mistero, colmo di finta ingenuità e di un'intellettualità ricercata.
La prospettiva scambistica che le due stavano proponendo con un silenzio assordante era seriamente allettante.
L'architettura ibrida che sorreggeva la linearità del viso di Leela era nitida e perversa, e possedeva una ricchezza originale che riusciva a stordire ogni interlocutore che le si presentava davanti.
Ma - pensava la Sparrow - la sconosciuta donzella non doveva certamente essere da meno.
Una mescolanza di classicità e rinascimentale sensibilità legava quelle due anime stellari, venate di simbolismi seducenti.
L'attenzione della Sparrow era rivolta alla poesia della luce che irradiava il volto e il decolletè della sconosciuta, tenuta su quelle tonalità vampiriche che facevano esplodere i sensi.
L'atmosfera funerea, le deboli fiamme fatue che illuminavano il cammino dei visitatori rendevano spaziale e rigorose le inquadrature che la rossa poteva adocchiare con il suo sguardo funebre ed intenso.
Pausata e grandiosa, l'immagine che donavano le giovani era di immensa bellezza, mescolata con l'ambiguità celata dai loro volti, marmorei ed armonici.
Un ultimo sguardo, da parte di Margot verso la seducente ragazza dai capelli neri come la notte che le stava investendo.
I colori luminosi e morbidi che lenivano la pelle della rossa si smorzarono non appena ella arrestò il suo canto, osservando la pallida superficie lunare della pelle della sua dama con incessante curiosità e innovata assimilazione dei suoi lineamenti perfetti.
La mistica danza, quel gioco fatto di sguardi fugaci e movenze leggiadre si arrestò.
Allungò il collo, avvicinando il proprio viso dall'ovale scolpito nell'alabastro a quello di lei, così simile al suo per le tonalità lugubri, così dissimili per la personalizzazione della loro bellezza.
Inclinando il volto, sentì il respiro della creatura fantastica e suadente alitarle sul volto contrito in un'espressione allettata.
Non si aspettava che il suo respiro emanasse quel tiepido tepore che rilassò il suo sguardo deciso, sicchè le venne spontaneo socchiudere le palpebre, enfatizzando quel momento di morbosa solennità.
Schiuse le labbra, lontane pochi millimetri da quelle della moretta, trattenendo le mani di lei fra le sue, fintamente possessive, ma comunque simpaticamente allerta, come per paura che quella sublime visione potesse sparire da un momento all'altro.
-"Qual è il tuo nome..?"-
Un mormorio reciso e a fior di labbra venne scaturito dalla sua bocca di rose, carnose ed appetibilmente romantica.
Il silenzio. Straziante e spasmodico.
Poteva cibarsi di quella sensazione palpabile, di quell'armonia dei sensi. Così contrapposti e lesionistici.
Osservò la visione d'oltretomba, quella ragazza troppo perfetta per poter essere reale.

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Danzarono, danzarono fino allo sfinimento, senza risentire di quel frenetico groviglio di membra e suoni. Estasiate, stregate dal fascino malsano e perverso dell'altra seguitarono ad ondeggiare, l'idea di spezzare quell'attimo di frenetica passione che non le sfiorava minimamente. Incatenate dal desiderio di continuare a dar sfoggio della loro bellezza crudele e dei loro volti tanto perfetti da risultare dolorosi alla vista, sedotte dalla proposta d'accecare con la loro pelle di marmo.
Quella scena, quelle due ninfe. Troppo splendenti per finire al cospetto di Dio senza suscitare la gelosia degli angeli, troppo demoniache per restare negli Inferi. Maledette in ogni dettaglio, inconsapevoli d'avere un'anima da salvare e redimere. O, forse, certe che per loro la possibilità d'espiare i peccati se n'era volata via con la soppressione della bontà.
Pochi passi, poche parole che sfumarono sulle sue labbra fino a morire nell'etere immobile, e il ballo terminò, lasciandole troppo vicine l'una all'altra. Troppo, sembravano fatte d'eccessi e costrizioni.
Angeline rimase immobile ad osservare quelle iridi d'un azzurro intenso e straziante, d'affogarci dentro. Occhi che tentavano, che assicuravano di poterti dare ciò di cui hai bisogno, che ti giuravano di farti stare meglio. Ed in quel momento erano talmente veementi da riempirle la testa, senza lasciare spazio ad alcun pensiero che non li riguardasse.
Il suo respiro lieve, allettante, le solleticava le labbra, statiche e prive di macabri sorrisi a giocarvi sopra. Era terribilmente seria, con quegli occhioni viola sgranati e puntati nei suoi, tutto tranne che innocenti, ma pieni di sincera curiosità.
La donna socchiuse le palpebre, in un gesto di profonda soddisfazione, e le suscitò un brivido, che corse lungo la sua schiena pallida scuotendola e tormentandola. Aveva ancora le mani bloccate nelle sue, ma non era un problema, anzi. Stringere quelle dita bianche e gelide risultava un piacere, le dava una sensazione di... di possesso. Come se lei fosse sua, come se quell'incanto ultraterreno, quell'essere nato da Afrodite e Ares, potesse non sfuggire mai dalle sue braccia.
Sua per sempre. Sua e di nessun altro.
Riflessioni malate che le turbavano la mente mentre contemplava il suo viso bianco, diabolicamente invitante. La bocca rossa, passionale, un frutto maturo da mordere e succhiare. Le guance pallide, prive di qualsiasi accenno di colore; gli occhi azzurri, conturbanti, che avevano il potere di confondere con un'occhiata di lieve disprezzo.
Il silenzio c'era sì, ma quasi non lo avvertiva. E, in effetti, come avrebbe potuto, avendo tale divina creazione dinanzi? Tuttavia, si ritrovò a pensare incantata, lei non aveva una natura divina. Poiché Dio non avrebbe mai generato una donna così carnale. Sì, in lei tutto era un richiamo per i sensi, un'oscena provocazione, un'allettante e scostumata proposta.
Fu con immenso piacere che la sentì di nuovo parlare, rivolgerle quella domanda con un sibilo graffiato, che le passò sulle labbra come le dita vogliose d'un amante.
Non esitò un solo secondo, tutto di lei pregava perché la logica venisse accantonata e l'istinto prendesse un interessante sopravvento, impedendo al raziocinio di frenare la brama di possesso.
Sfilò una mano dalle sue e, con disarmante lentezza, la portò all'altezza dei loro volti, a sfiorare la sua pelle di seta. Passò la punta delle dita sui suoi zigomi, lieve come un frullo d'ali, straziante più dell'ultimo battito d'un morente. La toccò e la cercò, carezzandole una guancia, il mento, persino le labbra. Sempre leggera, mai pressante, con il preciso intento di tentarla. A fare cosa non lo sapeva neanche lei.
D'improvviso realizzò che quel dannato silenzio iniziava ad infastidirla, necessitava d'essere spezzato.

"Angeline..."
Bisbigliò il proprio nome a due centimetri dal suo volto, piano, a bassa voce, come se fosse il più inconfessabile e scabroso dei segreti. Una dirompente verità che bisognava tener celata.
Un leggero sorriso le incurvò le labbra d'un alcolico colore, così simili alle sue, mentre la mano scendeva morbida a sfiorarle la curva invitante del collo, seguendo il percorso della giugulare, bluastra e palpitante. Socchiuse leggermente le palpebre, come se la lucentezza abbacinante dei suoi occhi la stordisse, ma era solamente un movimento involontario, atto ad accentuare la sua calma, il suo essere rilassata e soave oltre ogni limite.

"Il tuo?", chiese poi, inclinando appena il capo e continuando a sfiorarla poco percettibilmente.
Forse avrebbe dovuto inquietarla la compagnia di quella Dea avvenente e complessa, ma... dinanzi a tanta superbia ostentata con la più impertinente delle tranquillità, chi si sarebbe sentito in pericolo? Forse solo lo stolto.

Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un'asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia.
Eppure l'ami.

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Sai ch'è ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica.


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Il suo tocco e il suo profumo in quel luogo antico e deserto.
Il silenzio, che pareva una litania mefistofelica, venne smorzato dalle parole languide che pronunciò quella giovane donna dai macabri e seducenti costumi.
Il corpo di Leela, marmoreo, statico, ma allorchè passionale e desiderevole reclamava la presenza della creatura dinnanzi a lei. Angeline.
La donna dai capelli corvini, sferzanti nell'aria e composti in boccoli tentatori, portò una mano dalle lunghe dita affusolate alla guancia della libertina dai capelli rossi.
Il suo tocco sfuggente era una maliziosa ode al dio desiderio. Un desiderio bruciante che appagava il cuore ed accendeva i sensi primordiali.
Tormentata mente diabolica.
Quella notte il fiele si trasformò in miele. Notte per penetrare tutte le porte più strette e chiuse, notte di resa per l'ultimo bastione del suo pudore.
Angeline era una donna elegantemente indecente.
Non vi era alcun velo di terrore nelle sue iridi bizzarre e schernitrici, nè tantomeno di vergogna o redenzione.
La sua eleganza raffinata la distingueva da molte fanciulle che aveva incontrato - perchè ora poteva confermare il fatto che la moretta non fosse una fantasia malsana della sua mente labile -, la sua armonica essenza richiamava all'attenzione lo sguardo celestino della Sparrow, accompagnando con dolce arroganza la sua indole indomita.
La sua mano era ancora lì, sulla sua guancia, un tocco talmente leggero da sembrare nullo.
Dita da pianista che si mossero lungo i suoi zigomi pronunciati, le sue labbra di rosa e la sua pelle lunare.
Era come se la ragazza stesse suonando con quelle piccole mani i tasti assopiti dell'anima furbesca di Margot.
Premeva gentilmente, rendendo impossibile la noia o la stanchezza. Il suo tocco incantevole provocava nella rossa sensazioni ignote, come se stesse attraversando i cancelli dell'Olimpo.
Le dita che straziavano la sua innata promiscuità, strappando e denudando la sua falsa ingenuità, correvano lungo la sua pelle, scesero lungo il collo e la rossa in quel momento si immaginò come potesse stare Angeline con il collo riempito di segni rossi e peccatori.
La malsanità della sua mente, la sua impeccabile lussuria fecero dirompere in lei molte emozioni.
Rabbia, perchè quella donna era una tentazione bella e buona. Carnalità e desiderio spasmodico. Amore, pietà per quella ragazza sconosciuta, perchè non si sarebbe potuta proprio immaginare se Leela fosse stata un uomo, come avrebbe punito l'indomabile bellezza della creatura.
Al suo inclinare il volto, la vena del collo si delineò sul suo collo diafano ed invitante.
Le chiese anch'ella di presentarsi.
La sua imperiosità apatica voleva mostrarsi come sempre. Fredda, sicura e gelidamente impeccabile.
Il suo lato di spasmodica curiosità invece la portò, brusca, ad afferrare la mano che continuava a martoriare imperterrita la sua pelle, facendo bruciare il suo sguardo che fulminò quello di Angeline.
Si portò le dita di lei alle labbra, posandole febbrile una ad'una, come a donare un bacio a quello strumento di umano supplizio.
Occhi chiusi, non servivano.
Respirò profondamente, il soffio delicato penetrava fra le dita della moretta.
Quando riaprì le palpebre rimase a contemplare il volto della ragazza, lo studiò, cercando qualche sorta di imperfezione che non riuscì a trovare.
Schiuse le labbra, racchiudendo per qualche attimo il dito indice di lei fra i denti di porcellana.
-"Leela."-
Sibilò tombale, sollevando la mano libera, quella che non tratteneva la mano della bruna all'altezza del proprio viso, portandola al collo di lei, alla venatura che dapprima la stava tormentando.
Forse era vero quello che diceva Ancestral. Lei era un vampiro.
Fece scorrere il pollice, fugace, premendo giusto un po' sulla sua pelle piacevolmente setosa.
Mosse un passo in avanti, costringendo la ragazza ad indietreggiare, continuando a fissarla, sibilando fra le dita di Angeline, bellicosa e desiderosa di altre informazioni.
-"Sei reale?"-
Proprio non si riuscì a trattenere. Quella domanda continua a frullarle nelle membra, e doveva assolutamente sapere se anche quella sera aveva bevuto troppo rum o fumato troppo oppio.
Come dire? Una donna non proprio raccomandabile.

Il rasoio fa male, il fiume è troppo basso, l'acido è bestiale, la droga dà il collasso,
la corda si spezza, la pistola è proibita, il gas puzza e allora... viva la vita!

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Gli occhi di Lisa
un tempo così magnetici
ora sono soltanto vuoti.

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Stava osando, stava osando decisamente troppo. Non che qualche leggera, impudente, provocatoria carezza si potesse definire troppo, almeno per lei, ma lo sguardo che la demoniaca creatura le rivolse fu abbastanza esplicito. In effetti, le bastò per capire cosa le frullasse nella mente.
Un sorrisetto sfacciato le danzò sulle labbra purpuree, bagnate del sangue delle sue vittime, e si riflesse in quelle iridi cerulee, sfavillante di divertimento e ironia.
Desiderio. Desiderio truce e spasmodico e irruente. Brama che disinibisce, voglia che incanta. Bisogno urgente, tentazione a cui cedere se non si vuole giocare sulle soglie della pura follia. Ecco cosa trasmettevano gli occhi azzurri e attraenti di Leela in quegli istanti di fuoco e ghiaccio... ed ecco cosa voleva lasciar inteso quel sorriso perverso che aleggiava sul volto d'alabastro di Angeline, lo sguardo d'ametista sfrontatamente posato nel suo.
Prendimi, tesoro, sono qui per questo. Fammi urlare.
Si sentì baciare piano le dita e, solo per un misero istante, lanciò un'occhiata infuocata alla sua bocca peccaminosa, intenta a lambirle la pelle. Un secondo dopo stava nuovamente specchiandosi in quei pozzi di seta argentina venata di raso colore del cielo, profondi come mari in tempesta, burrascosi e portatori di disgrazie.
Il respiro suadente di quella rossa esplosiva s'infilò famelico fra le sue dita frementi, stuzzicandola ad attaccare, a prendersi ciò che voleva. E, in quel momento, era unicamente colei che accendeva i suoi sensi con tanta maestria.
Si sentì mordere, sì sentì tremare. Avvertì l'urgenza di stringerla, di stracciarle con le unghie la camicia bianca che indossava, tanto innocente e indecente, e percepì distintamente la voglia che aveva di divorarla di baci.
Calmarsi. Doveva calmarsi. Quel demone, quell'angelo, quella fata, qualunque cosa componesse la figura di quella ninfa perversa, non poteva sconvolgerla in quel modo. Farsi mandare a fuoco da Ancestral, sì, era accettabile. Ma... da lei, da Leela. Non che non fosse desiderabile, solo un cieco non avrebbe potuto trovarla attraente -ma iniziava a dubitare anche di quello, quel profumo... Dio, sarebbe impazzita-.
Insomma, era una donna. E che donna.
Un angelico mormorio sfuggì da quell'invitante bocca di rosa, pregandola di chiuderla con un bacio carnale, pregno di violenza e squilibrata, smodata passione.
Uno sbuffo di risata le esplose in gola, disperdendosi nel cimitero con provocante convinzione, risuonando tonante contro i suoi timpani delicati. Le campane della morte a suonare la mezzanotte in un campo di sterminio.
Lasciò che le vezzeggiasse il collo, estasiata. Permise che le accarezzasse la vena, pulsante e bramosa di un contatto più intenso, magari con i suoi denti e la sua lingua. Allettata dall'idea di riversare il proprio nettare ematico tra quelle labbra assetate, di saziare la sua fame. Di placare i suoi istinti tossici.
Ma chi era? Chi era quella donna splendida, dalla bellezza sfolgorante? Chi era colei che la stava trascinando nel mondo della perdizione dei sensi con oscene bugie, dolci più del miele?
Si spinse in avanti, sfilando morbidamente la mano dalla sua, e andando a sfiorarle i capelli. Lingue di fuoco le scivolarono tra le dita, rosse, peccaminose. Sussurranti promiscui inviti, poco raccomandabili proposte.
Si avvicinò di più, il respiro spezzato che si spaccava a contatto con la pelle seducente dell'angelo decaduto. Le loro labbra troppo vicine, una sensazione di atomica rivoluzione che la obbligava ad anelare contatti proibiti. Soddisfacenti diversivi, intensi tocchi d'assenzio.
Un lampo e poi gli abbacinanti colori di uno scontro abbagliarono i suoi occhi bui, resi cupi dal desiderio.
Inclinò il volto, una cascata di riccioli che, come macabra pioggia, scivolarono oltre le sue spalle, senz'essere d'impiccio. Poggiò la bocca contro la sua, senza premere, solo provocandola. Ma, d'altronde, adorava farlo.
Rimase contro quelle labbra avvenenti per qualche attimo di fuoco, le iridi violacee e impudenti puntate nelle sue, come a voler cogliere segni di rabbia o frustrazione. Che, per altro, sapeva non ci sarebbero stati.
E, d'improvviso, si scostò, infilando febbrile le dita fra la sua chioma scarlatta, giocando con morbide ciocche. Fulminea, posò i denti sul suo labbro inferiore, così adorabilmente invitante, e vi lasciò un morso scottante, bruciante. Di riverente tormento, aguzza malizia.
Infine indietreggiò appena, intrecciando le loro mani libere, per mantenere un contatto meno facilmente infiammabile. Un altalenante gioco di seduzione, quello a cui si stava dando con tanta sottile tenacia.
Si accarezzò leggermente le labbra schiuse con la punta della lingua, viziosa e irridente.

"Dimmelo tu se tutto questo, una magnifica e rossa utopia, può essere reale... Mia adorata."
Soffiò le ultime due parole con un tono da brivido, di quelli usati per sussurrare all'orecchio del proprio amante, per fargli sapere cosa si prova e cosa si vuole. All'istante.
E, quella donna... quella donna incantevole, affascinante, lugubre. Quella donna misticamente bella, atrocemente splendente, si stava appropriando del suo autocontrollo, obbligandola nel limbo d'una passione scomoda e terribilmente invitante. Di quelle che incendiano l'anima e la polverizzano in un vortice di lamine d'oro e cristalli sanguigni.

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In quegli attimi, ella invocava la sua pietà. Invocava la pietà di quella creatura idilliaca e perversamente appetibile.
Dal fondo dell'abisso nero ove il suo cuore era ormai caduto.
La sua anima era un universo tetro, dall'orizzonte plumbeo, ove nuotavano nella notte l'orrore e la bestemmia.
E tutto quello che irradiava quella fanciulla dai capelli corvini e dai riccioli di peccato riusciva a stordirle i sensi, rendendoli ebbri della propria energica lussuria celata.
I suoi sensi, che erano sempre stati come un paese più nudo della terra polare: senza animali, senza ruscelli, senza verde, senza boschi, in quel momento parevano ristorati di incessante desiderio e dedizione per quella ragazza angelicamente diabolica.
Ebbe modo di osservarla, data la ravvicinata distanza.
Ella era come - avrebbe detto Baudelaire - una torma di demoni. Era giunta dinnanzi la rossina folle ed adorna, a fare del suo spirito umiliato il suo letto e il suo dominio.
D'icastica bellezza erano le labbra, rosse e traboccanti di turgida passione, che costringevano gli interlocutori ad abbassarsi alla sua indomabile e gelida perfezione.
Languida pelle, spruzzata del blu delle arterie, troppo stimolanti per lasciarle indifese e senza alcuna stoffa a coprirle.
Il volto scolpito nella freddezza del marmo si era inclinato, e Angeline trucidò le stupide fattezze del controllo di Leela in mille stille incontentabili, eterne, ma distaccate dall'eros che prorompeva nel petto della rossa.
Un bacio a fior di labbra, lascivo e sfuggente, lenì le morbide labbra di Leela.
Ella, dal canto suo, avvertì un fremito. Un brivido le percorse la schiena, costringendola ad inarcarla sotto le sue cure.
Ancora qualche attimo, ove i loro spiriti febbricitanti ebbero letti pieni di profumi leggeri, divani profondi come tombe e strani fiori sopra dei ripiani, schiusi per loro sotto i cieli più belli.
Angeline si allontanò dal viso di lei, ma solo per un secondo, solo per far esplodere di piacere il cuore ebbro della libertina dai capelli rossi, per poi addentare il labbro inferiore della Sparrow, gonfio ed umido di baci fra i denti di porcellana, usando a gara i loro estremi ardori.
L'animo nero di Margot divenne una gran fiaccola: riflesse la luce dei loro spiriti gemelli, quelli sardonici e peccaminosi.
Il modo in cui l'aveva apostrofata fece crebbere dentro di lei un desiderio di macabra malsanità.
Quel parlare e quel confrontarsi saffico tra le due la stava inebriando, stava stordendo la sua rigida essenza.
La lingua di Angeline permise alle sue labbra di fuoco di schiudersi, andando ad accarezzarsi quella bocca ardente di desiderio.
Cosa diavolo stava facendo quella creatura immensa e amabilmente sfacciata? Con che coraggio si stava insinuando nella sua empatica abulicità?
-"Non chiamarmi 'mia adorata' con quel tono, bambina.."-
Il sibilo che partì dalle labbra schiuse in un sospiro di Leela arrivarono alle orecchie della mora con truce e passivo lussurreggiare.
Le mani delle due, intrecciate in un abbraccio fatale, si sollevarono per volere della rossa che mosse quache passo in avanti, constringendo Angeline ad indietreggiare, sino a che la sua schiena morbida e da riempire di segni rossi ed incancellabili si posò alla gelida parete della lapide innalzata del padre di Leela, alta come una montagna e tremendamente oscena nella sua forma statuaria.
Stavolta era lei ad inclinare il volto, fatale, affondando una mano nei serici capelli della fanciulla, facendole ruotare il capo sino a che il suo collo, la sua vena pulsante e appetitosa, non si delineò sulla sua pelle di seta.
Un battito del cuore accellerò al sua corsa e i denti della Sparrow lenirono la sua pelle fatata e terribilmente profumata.
Lasciò una linea immaginaria di baci, partendo dalla base del collo e scendendo sino alla clavicola, per poi tornare al volto di Angeline, fissandola con una nota sghemba nello sguardo. E nel sorriso.
Il tono adoperato dalla Sparrow pochi attimi prima, nascondeva un senso di devota passione verso quelle labbra dannate. La sua vena in tralice si mutò in qualcosa di parecchio sinistro e lascivo.


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Quella donna. Quella donna divina, dalla bellezza eburnea e fiammeggiante. Chi diavolo era? Chi poteva essere, con quello sguardo ardente, quel volto istigante alla violenza e quelle labbra che imploravano la forza di un bacio obbligato? Era Pandora, creatura insolente, troppo curiosa per astenersi dall'aprire un innocente vaso contenente ogni sensazione malefica? Era Eva, splendida nella sua arida nudità? Era colei che avrebbe condotto nuovamente l'umanità alla rovina?
No, era molto di più. Incarnava il peccato, il florido abbandono alle passioni. Ed era bella. Bella da star male.
Ma più di tutto -più della scintilla d'indifferente malizia nelle sue iridi brillanti, più della curva rossa e morbida delle labbra- era il fascino a muovere la sua eterea figura, a rendere impossibile non venerare tanto ardore, tanta scostumata eleganza. Come osceno e provocatorio fu il mondo in cui la chiamò, Bambina, in un'eccitante alchimia atta a soddisfare i sensi. Si sentì inebriata, estasiata dalla magnificenza di tale essere terreno, impazzita dinanzi a tale angelo corrotto, dall'innocenza violata e tormentata.
Le loro mani si sollevarono, intrecciate e indivisibili, come per cominciare una danza d'amabile sottomissione tra due Dee dalla pelle di marmo. Indietreggiò, squisita ballerina prostrata dinanzi ai desideri malsani della sua compagna. La sua schiena cozzò dolcemente contro il marmo bianco della lapide, portandole un brivido che corse sinuoso lungo ogni fibra del suo essere. Si scambiò un'ultimo sguardo di estremo compiacimento con Leela e poi chinò il capo, offrendole il collo candido, dov'ella potesse rovesciare una scia di sensuali e mordaci baci.
Un senso di divorante soddisfazione, mefistofelica euforia, l'attraversò come un fulmine a ciel sereno, squarciando la calma apparente della sua anima inquieta, bocciolo scarlatto non ancora schiuso.
Riversò uno sguardo di liquida ametista negli occhi chiari e impenetrabili della sua tentazione, del suo invito a nozze con l'Inferno e i suoi demoni. Liberò con estrema riluttanza una mano dalla sua e, nel farla ricadere verso il basso, sfiorò ogni centimetro di pelle nuda del suo braccio, carezzandola lievemente con le unghie, in un graffio vellutato, un suadente fremito d'impazienza. Ma giunta all'altezza del suo fianco, invece di scivolare delicatamente oltre, le cinse la vita, premendola contro il suo corpo e costringendola ad inarcare la schiena per non aderirle completamente addosso.
Si ritrovò all'altezza del volto il suo collo, un morbido decolletè costretto da una sconveniente e inadatta camicia.
Le lanciò uno sguardo significativo, di sottecchi, ove la malizia regnava sovrana. Quello sguardo era privo di timori, intriso di venerazione e lussuria, promesse infrante e legami spezzati. Quello era lo sguardo di una dannata. E facilmente Angeline poteva ritrovare nelle iridi fredde e cerulee di Leela lo stesso sfavillio di malinconica perdizione che animava le sue, languidamente schiuse, accese da una luce di pura frenesia.

"E allora tu non guardarmi in quella maniera, cherie", la provocò lieve, schiudendo le labbra purpuree in un sorriso altalenante, giocosamente ardito.
E l'accento che cadde su quel nuovo appellativo era davvero vizioso, sussurrato a mezza voce, soffiato via con trepidazione e abnegazione. Tagliente come la lama di un coltello, soffice come un panno di seta che lenisce il dolore di una ferita appena aperta, tamponando il sangue e premendo sulle carni.
Mosse lievemente il capo, in un gesto ricordante un inchino, e infilò il viso nell'incavo del suo collo invitante, lasciando che un ricciolo corvino le sfiorasse appena il mento per poi ricadere sulla bocca rossa della donna che stringeva con tanta ammirazione e tanto desiderio.
Sfiorò in un'impercettibile, ma impetuosa, carezza di labbra il leggero gonfiore della vena in rilievo, come ispirata dai suoi precedenti gesti, richiamanti il vampirismo. E la tenne stretta a sé, al pari di uno di quei fatali e stupendi esseri dall'incarnato di gesso nello sfolgorante atto di donare il loro bacio tenebroso. Fatato e fatale.

Dove veste, sue vesti son richiami
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